

163. Lettera dal carcere alla moglie.

Da: P. Lumumba, La pense politique, in S. Bono, Dal colonialismo
all'indipendenza, G. D'Anna, Messina-Firenze, 1974.

Per molti paesi africani la liberazione dalla dominazione
coloniale non port al conseguimento della reale indipendenza, ma
segn solo il passaggio allo sfruttamento neocapitalistico.
Emblematiche di queste realt sono le drammatiche vicende del
Congo, che, subito dopo il conseguimento dell'indipendenza,
precipit in un sanguinoso conflitto civile, determinato dalla
secessione del Katanga, sostenuta dalle compagnie europee
interessate allo sfruttamento delle ricche risorse minerarie
congolesi e dal governo belga, entrambi preoccupati per le
posizioni decisamente ostili ad ogni forma di neocolonialismo
assunte dal neo-primo ministro del Congo, Patrice Lumumba.
Quest'ultimo venne catturato e imprigionato dai secessionisti e
infine ucciso nel 1961. Dal carcere egli scrisse alla moglie la
lettera che qui riportiamo.


Mia cara,.
ti scrivo queste parole senza sapere se e quando esse ti
giungeranno, e se sar ancora in vita quando le leggerai. Durante
la lotta per l'indipendenza del mio paese, non ho mai dubitato per
un solo istante del trionfo finale della sacra causa alla quale i
miei compagni ed io abbiamo dedicato la nostra vita. Ma ci che
noi vogliamo per il nostro paese, cio il diritto ad un'esistenza
decorosa, ad una dignit senza macchia, ad un'indipendenza senza
costrizioni, non l'hanno voluto n il colonialismo belga n i suoi
alleati occidentali, i quali hanno trovato appoggi diretti e
indiretti, deliberati e non deliberati, tra certi alti funzionari
delle Nazioni Unite, organismo nel quale abbiamo riposto ogni
nostra fiducia quando abbiamo fatto appello alla sua solidariet.
Hanno corrotto alcuni nostri compatrioti, ne hanno comprati altri,
hanno contribuito a deformare la verit e a insudiciare la nostra
indipendenza. Cos'altro potrei dire? Morto, vivo, libero o in
prigione in mano ai colonialisti, non  la mia persona che conta.
E' il Congo,  il nostro misero popolo la cui indipendenza si 
trasformata in una gabbia nella quale stiamo dentro guardati da
fuori con benevola compassione o con gioia e soddisfazione. Ma la
mia fede non croller. Io so e sento nel profondo di me stesso che
prima o poi il mio popolo si sbarazzer di tutti i suoi nemici
interni ed esterni e si sollever come un sol uomo per dire no al
colonialismo degradante e vergognoso, e per riacquistare la sua
dignit sotto un cielo pi limpido.
Non siamo soli. L'Africa, l'Asia e i popoli liberi e liberati di
ogni parte del mondo si troveranno sempre al fianco dei milioni di
congolesi che non abbandoneranno la lotta se non il giorno in cui
non ci saranno pi i colonizzatori e i loro mercenari nel nostro
paese. Ai figli che lascio, e forse non rivedr, voglio che si
dica che il futuro del Congo  bello e che egli si aspetta da
loro, come da ogni congolese, che compiano la sacra opera di
ricostruzione della nostra indipendenza e della nostra sovranit;
perch senza giustizia non c' dignit e senza indipendenza non ci
sono uomini liberi.
N percosse, n sevizie, n torture mi hanno mai spinto a chiedere
la grazia perch preferisco morire a testa alta, con la fede
incrollabile e la fiducia profonda del destino del mio paese
piuttosto che vivere nella sottomissione e nel disprezzo dei sacri
principi. La storia un giorno giudicher, ma non sar la storia
che s'insegner alle Nazioni Unite a Washington, a Parigi o a
Bruxelles, ma quella che s'insegner nei paesi africani affrancati
dal colonialismo e dai suoi fantocci. L'Africa scriver la sua
storia e sar al nord e al sud del Sahara una storia di gloria e
di dignit.
Non piangere per me, mia compagna, io so che il mio paese, il
quale soffre tanto sapr difendere la sua indipendenza e la sua
libert.
Viva il Congo! Viva l'Africa.

Patrice.
